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Brano tratto dal mio romanzo “Malinconia”.
Copyright
1995-USA
Antonino Angileri
LA NUOVA
VITA DI LAZZARO
di Antonino Angileri
(Seconda Parte) |
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A quel tempo viveva a Roma un rinomato e celebrato scultore dal nome di Aurelio.
Dall’argilla, dal marmo e dal bronzo creo’ statue degli dei ed anche di alcuni
uomini famosi, le sue opere erano di cosi’ bellezza e perfezione che le sue
sculture furono proclamate immortali. Pero’ Aurelio non era ancora soddisfatto
delle sue opere, e diceva che esisteva una bellezza suprema che egli mai riusci’
fino allora ad esprimerla nel marmo o nel bronzo. “Non sono riuscito a
rappresentare la radianza lunare”, egli diceva. “Non ho ancora espresso la
luminosita’ solare. Nel mio marmo non esiste nessuna anima, nel mio bellissimo
bronzo non c’e’ nessuna linfa vitale”. Quando a tarda notte sotto I raggi lunari
soleva girovagare per le strade solitarie, attraversando le scure ombre dei
cipressi, la sua bianca toga brillava al chiar di luna, e quelli che incontrava
in quelle passeggiate solitarie usavano sorridere e scherzando gli chiedevano, “Stai
forse cercando la radianza lunare, Aurelio"? Perche’ non ti sei portato delle
borse dove mettere la radianza lunare?”. Anche lui rispondeva con un sorriso
puntando le dita delle sue mani verso le sue pupille, “Queste pupille sono le
borse dove Io intrappolo la luce lunare e la brillantezza del sole”. Questa era
la verita’. Nei suoi occhi brillavano la luna ed il sole. Pero’ poverino non
riusciva a trasmetterli nel marmo o nel bronzo. Questa era la tragedia della sua
vita. Egli proveniva da una stirpe patrizia, aveva una brava e bella moglie e
tanti bambini, ed I nquesto rispetto non gli mancava proprio nulla.
Quando arrivo’ al suo orecchio la storia del povero Lazzaro, discusse cio’ con
la moglie ed I suoi amici e decise subito di intraprendere un viaggio nella
terra di Giudea, per il motivo di ammirare con I suoi occhi quest’uomo
miracolosamente risorto dalla morte. Durante il lungo viaggio sisenti’
solo e stanco e sperava di recuperare le energie una volta arrivato a
destinazione. Tutto quello che udi’ circa Lazzaro non lo impauri’ minimamente,
poiche’ Aurelio aveva gia’ meditato a lungo circa la morte. La morte non gli
piaceva e nemmeno coloro I quali cercavano di armonizzarla con la vita. Alla
destra, il miracolo della vita; alla sinistra, la misteriosa morte, ed egli
ragionava e credeva che nulla per un uomo poteva paragonarsi alla vita, ad
amarla ed apprezzare cosi’ tutto il creato vivente. Gia’ aveva preparato
il desiderio di convincere Lazzaro della verita’ del suo punto di vista e fargli
ritornare in vita la sua anima per come il suo corpo era gia’ ritornato. Questo
non gli sembro’ impossibile, perche’ le storie circa Lazzaro, terribili e strane
per come erano, non spiegavano appieno l’intera verita’ circa Lazzaro, eran
osolo delle avvertenze vaghe contro qualcosa di terribile.
Lazzaro si stava alzando da sopra una roccia per seguire il cammino del sole
calante, la sera che il ricco e famoso Romano, accompagnato da uno schiavo
armato e fedele, gli si avvicino’ e ad alta e chiara voce lo chiamo’, “Lazzaro!”.
Voltandosi lentamente, Lazzaro vide un beloo e prode viso, radiante della sua
fama di scultore, e sopra la sua ricca tunica I suoi gioielli preziosi
brillavano alla luce degli ultimi raggi del sole calante. I rossi raggi solari
di quel tramonto diedero un colorito alla sua testa ed al suo viso come se
fossero di bronzo brillante, questo fu cosa vide Lazzaro. Si risedette sulla
medesima roccia obbediente, e stancamente abbasso’ I suoi occhi. “E’ vero che
non sei per nulla attraente e bello, mio povero Lazzaro”, disse con calma il
Romano, mentre accarezzava la sua collana d’oro. “Tu fai impressione, mio povero
amico, e la morte certamente non era stanca il giorno quando tu cadesti nelle
sue grinfie. Pero’ sei grassottello come una botte di buon vino, e le persone
grasse usualmente non sono cattive, per come disse proprio il grande Cesare
Augusto. Non riesco a capire perche’ le persone hanno tanta paura di te. Mi
permetti di passare la notte con te? E’ gia’ tardi e non ho un posto dove
passare la notte”. Nessuno fino allora aveva chiesto a Lazzaro di passare la
notte con lui. “Non ho nemmeno un letto”, disse stancamente Lazzaro. “Io sono
come alla pari di un guerriero e posso dormire all’ impiedi, cosi’ possiamo
accendere una fiaccola”, rispose Aurelio. “Non ho torce e nemmeno fiaccole”,
continuo’ Lazzaro. “Allora vuol dire che discuteremo nell’oscurita’ come due
vecchi amici, credo almeno avrai del vino?”. “Non ho nessun vino”, gli rispose
Lazzaro. Aurelio a quelle parole sempre negative si mise a sorridere, “Ora
capisco perche’ sei cosi’ scontroso e non ami questa tua seconda vita. Non hai
vino? Bene, continueremo senza vino. Certamente saprai che certe frasi o parole
fanno girare la testa meglio del buon vino di Falerna”.
Con un segno del capo mando’ via il suo fedele schiavo e rimase solo con Lazzaro.
Nuovamente lo scultore parlo’, ma le sue parole erano pallide, vuote come se
stessero su gambe tremanti, come se scivolassero per poi andare a sbattere per
terra, ubriache con il vino dell’angoscia e della disperazione. Ombre nere si
materializzarono tra i due come remote nuvole di uno spazio vuoto dentro
un’oscurita’ senza fine. “Io sono tuo ospite, e tu non mi tratterai male, vero
Lazzaro?”, disse Aurelio il romano e continuo’, “ L’ospitalita’ e’ sacra anche
per coloro che per tre giorni furono nelle braccia della morte. Tre giorni, mi
dissero, tu giacesti nel sepolcro. Certamente sara’ stato molto freddo....e
forse proprio la’ tu hai preso quest’abitudine di vivere senza luce e senza vino.
Io amo la luce, qui tutto diventa oscuro velocemente. Il tuo profilo ha delle
linee interessanti, come le rovine di castelli coperti con le ceneri di un
terremoto. Perche’ sei vestito cosi’ malamente? Io vidi degli sposi qui nella
tua terra di Giudea, anche loro portavano queste vesti ridicole....sei forse
anche tu uno sposo?”. Il sole era ormai tramontato. Un’ombra scura e gigantesca
stava per arrivare dall’Ovest, come se giganteschi piedi nudi correvano sulla
calda sabbia, ed un freddo vento incomincio’ a soffiare. “Nell’oscurita’ mi
sembri piu’ grande, Lazzaro, come se in questi pochi minuti, nell’oscurita’ ti
sei ingrandito. Ti cibi forse dell’oscurita’?....invece Io vorrei tanto avere
della luce....anche una piccola e fioca luce. Ho freddo. Qui le botti sono
barbaramente fredde....se non era cosi’ buio direi che mi stai guardando,
Lazzaro. Si’, mi sembra che mi stai guardando!...., lo sento, ora stai
sorridendo!”. La notte era arrivata, ed una pesanteoscurita’ riempi’ quello
spazio. Aurelio continuo’, “ Come sara’ bello quando il sole si alzera’
nuovamente domani mattina! Sai, Io sono un grande scultore.....almeno cosi’
dicono I miei amici. Io riesco a creare, si’, loro dicono che creo, pero’ per
creare ho bisogno della luce. Do’ vita al freddo marmo. Squaglio il bollente
bronzo nel fuoco, in un brillante, bruciante fuoco. Perche’ mi hai toccato con
la tua mano, Lazzaro?”, fini’ col dire nel buio Aurelio. “Vieni”, gli disse
Lazzaro, “Tu sei mio ospite”. Entrarono dentro casa. In quel mentre le ombre di
quella lunga notte avvilupparono la terra....lo schiavo si stanco’ di aspettare
il padrone ed appena il sole sali’ maestoso nel cielo, lo schiavo venne nella
casa di Lazzaro in cerca di Aurelio, il suo amato padrone. Li’ vide,
direttamente sotto i caldi raggi solari, il suo padrone seduto vicino a Lazzaro.
Entrambi lo guardarono in silenzio. Lo schiavo piangendo disse, “ Padrone, cosa
vi e’ successo? Padrone!”. Quello stesso giorno Aurelio riparti’ per Roma.
Per tutto il viaggio rimase in pensiero e silenzioso, esaminando con attenzione
ogni cosa, I marinai, la nave, ed il mare, come se cercasse di ricordare
qualcosa. Sul mare, una tremenda tempesta fu sopra la fragile nave e per tutto
quel tempo Aurelio rimase a poppa ammirando le onde gigantesche che si
abbattevano sulla navicella. Quando arrivo’ a casa, la sua famiglia fu scioccata
e turbata nel del terribile cambiamento della sua personalita’, ma lui calmo’
tutti con le parole, “Finalmente 'l’ho trovato!”. Vestito con gli stessi sporchi
e sabbiosi panni del suo viaggio, riprese il suo lavoro. Lavoro’ a lungo e con
piacere, senza ammettere nessuno nel suo studo. Finalmente un mattino, annuncio’
che il suo lavoro era pronto, e diede istruzioni che tutti I suoi amici, ed I
critici piu’ severi, giudici dell’arte, fossero presenti. Allora si vesti’ con
panni meravigliosi, brillanti con oro e gioielli. “Qui giace quello che ho
creato!”, disse alla folla tutto pensieroso. I suoi amici guardarono, ed
immediatamente l’ombra della tristezza piu’ profona copri’ I loro volti.
Era una cosa mostruosa, possedendo nulla delle forme familiari all’occhio, pero’
possedeva qualcosa di forme ignote ed incomprensibili. Su un piccolo tortuoso
ramo, o forse meglio dire una brutta copia di un ramo, giaceva curva la figura
senza forma di qualcosa che sembrava rivoltata all’esterno con frammenti
selvaggi che sembravano lentamente volersi allontanare. Come per un accidente,
sotto una di queste proiezioni selvagge, videro una piccolissima e meravigliosa
scultura di una bellissima farfalla con ali quasi trasparenti, tremante come se
avesse una debole volonta’ di volar via. “Perche’ hai creato questa farfalla,
Aurelio"?”, timidamente un amico chiese. “Non lo so’!”, rispose lo scultore. La
verita’ bisognava pur dirla, ed uno dei suoi amici, quello che amava piu’ di
tutti Aurelio, gli disse, “ Questa creazione e’ brutta, mio povero amico. Deve
essere subito distrutta. Dammi il tuo martello.
Con due colpi possenti distrusse la mostruosa statua, lasciando solo per intero
la bellissima farfalla. Dopo quel giorno Aurelio non creo’ piu’ nulla. Guardo’
con assoluta indifferenza al marmo ed al bronzo e poi alle sue divine creazioni,
nelle quali si intravedeva l’immortale bellezza. Nella speranza che la vecchia
fiamma dell’inspirazione si impadronisse nuovamente della sua mente, con l’idea
di risvegliare la sua morta anima, i suoi amici lo portarono spesso ad
ammirare le belle creazioni di altri artisti, ma Aurelio rimase indifferente e
nessun sorriso compiacente si poso’ sulle sue serrate labbra. Solo dopo che i
suoi amici gli parlarono dell’arte e della bellezza per molto tempo, Aurelio
stancamente rispose, “ Tutto cio’ che voi dite e’ una menzogna!”. Durante il
giorno, quando il sole brillava, Aurelio andava nel suo ricco giardino, trovando
un posto dove non c’erano ombre, e cola’ esponeva la sua nuda testa ed I suoi
occhi ai brucianti raggi solari. Bianche e rosse farfalle gli svolazzavano
vicino; mentre giu’ in una cisterna di marmo correva spruzzando della limpida
acqua che usciva dalla bocca di un ebbro Satro; ma lui rimaneva immobile, come
una pallida ombra dell’altro, come il povero Lazzaro che, in una terra lontana,
alle porte di un deserto roccioso, immobile, sedeva sotto il caldo sole.
>>>Segue
Antonino Angileri
Copyright 1995-USA

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