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Brano tratto dal mio romanzo
"Malinconia".
Copyright 1995-USA
Antonino Angileri
LA SECONDA VITA DI LAZZARO
(Terza Parte)
di
Antonino Angileri
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Arrivo' il giorno in cui,
Lazzaro fu comandato di recarsi
a Roma sotto l'ordine del divino
Augusto. Lo vestirono con panni
di lusso come se fosse
condannato a rimanere lo sposo
di una sconosciuta moglie fino
alla sua seconda morte. Sembrava
come un vecchio sarcofago, tutto
marcito e sempre aggiustato
temporaneamente dal falegname,
di nuovo e di nuovo,
continuamente. Lo condussero
solennemente come se in verita'
fosse una processione nuziale,
ed i musicisti suonavano le
trombe come per fare strada agli
ambasciatori dell'Imperatore .
Pero' le strade per cui Lazzaro
passo' erano deserte. In tutta
la sua terra natia il popolino
malediceva l'esecrabile nome di
Lazzaro, l'uomo che
miracolosamente fu riportato
alla vita, ed il popolino
scappava via dalle strade al
minimo rumore che Lazzaro stava
per arrivare cola'. Le trombe
continuarono a suonare suoni
solitari, e solo il deserto
rispose con un'eco morente.
Infine lo trasportarono per mare
sulla piu' triste e nello stesso
tempo bellissima nave che si
specchiava nelle azzurre onde
del Mediterraneo. A bordo
c'erano tante persone tra
passeggeri e marinai, ma la nave
era silenziosa e vuota come una
tomba, e le onde sembravano
lamentarsi quando venivano
separate dalla corta e curva
prua. Lazzaro sedeva da solo,
con la testa nuda al sole,
ascoltando in silenzio il rumore
ritmico delle onde. Non lontano
stavano uniti i marinai con gli
ambasciatori dell'Imperatore
come stanche ombre. Se una
tempesta sarebbe piombata
durante questo viaggio sulla
nave, o il vento con rabbia
avrebbe spezzato le rosse vele,
la nave sarebbe probabilmente
affondata, perche' nessuno di
quei marinai aveva la forza o
desiderio di lottare per la loro
vita. Con sforzo supremo alcuni
si avviarono ai lati della nave
guardando mestamente quelle
acque azzurrine, quell'abisso.
Forse immaginavano di vedere una
sirena che mostrava loro i suoi
rosei fianchi in mezzo alle
onde, oppure un insano, gioioso
ed ebbro centauro che galoppava,
schizzando acqua dappertutto
sotto i suoi pesanti zoccoli.
Pero' il mare era deserto e
morto, come pure quell'acquoso
abisso. Lazzaro immerso nei suoi
pensieri finalmente mise piede
nella Citta' Eterna, come se
tutte quelle ricchezze, tutta la
maestosita' dei suoi giganteschi
edifici, tutta la bellezza e la
musica di questa vita raffinata,
erano semplicemente per lui come
l'eco del vento nel deserto,
come umide immagini di calde
sabbie lontane. Carri con
cavalli al galoppo gli passarono
vicino la folla di forti,
attraenti e corpulenti uomini
gli passo' intorno, i
costruttori della Citta' Eterna
e prodi amanti della vita e
dell'ebbrezza; si sentirono
canzoni; sorrisi languidi di
donne riempirono l'aria, mentre
gli ubriachi filosofavano ed i
sobri li ascoltavano sorridendo;
zoccoli ferrati passavano sulla
strada. Circondato da tutti
questi suoni allegri, un uomo
grasso e pesante si incamminava
verso il centro della citta'
come un pezzo di ghiaccio
silenzioso e gelido lasciando
dietro di se una scia di
tristezza, ira e malinconia. Chi
poteva mai essere triste a Roma?
Si chiesero indignati i
cittadini dell'Urbe; ed in due
giorni tutta Roma seppe di
Lazzaro, l'uomo miracolosamente
riportato alla vita, e
timidamente cercavano di stargli
lontano.
Ci furono molti uomini
coraggiosi pronti a provare la
loro forza, ed alle loro
chiamate senza senso Lazzaro
ubbidientemente rispondeva.
L'Imperatore era cosi' occupato
con gli affari di stato che
rimando' il giorno di vedere
questo visitatore, e per ben
sette gironi Lazzaro si mosse
tra quella stirpe romana. Un
ubriaco gioviale incontro'
Lazzaro e con un sorriso sulle
sue rosse e gonfie labbra gli
disse, " Bevi Lazzaro, bevi!".
Alcune donne quasi nude gli
sorrisero, e coprirono le mani
blu di Lazzaro con foglie di
rose. L'ubriaco guardo' dentro
gli occhi di Lazzaro.....e la
sua gioia fini' per sempre. Da
allora rimase sempre sbronzo.
Non bevve un goccio di vino mai
piu', pero' fu sempre ubriaco lo
stesso, sognando sogni paurosi,
invece dei soliti sogni gioviali
che il vino induce. Questi sogni
orribili diventarono il cibo
della sua anima frantumata.
Questi sogni terribili lo
trattennero giorno e notte nelle
tenebre di mostruose fantasie, e
la morte stessa non era tanto
paurosa come l'apparizione di
questi sogni precursori. Lazzaro
incontro' un bel giovane insieme
alla sua amata ed erano sublimi
da guardare mentre erano immersi
nel loro amore. Prodemente e
tutto fiero mentre abbracciava
l'amata, il giovane disse, con
gentile pieta', "Guardaci
Lazzaro, e rallegrati con noi.
C'e' forse qualcosa di piu'
forte dell'amore?". Lazzaro
ubbidiente li guardo'. Si
amarono per tutta la loro vita,
ma il loro amore divento' triste
e mesto, come i cipressi sopra
le tombe che nutrono le loro
radici nella putrescenza delle
tombe, e si sforzano invano
nelle calme ore del vespro a
toccare con le loro cime il
cielo. Abbracciati da una forza
vitale sconosciuta, bagnarono i
loro baci con lacrime, la loro
gioia con il dolore, e
riuscirono soltanto a capire
piu' vividamente il senso della
loro schiavitu' a questa
silenziosa nullita'. Per sempre
uniti, per sempre divisi, si
accesero come due scintille e
come scintille si spensero
subito in quella vasta e
desolata oscurita'.
Lazzaro incontro' poi un vecchio
saggio filosofo ed il prode
filosofo gli chiese, "Io gia'
conosco tutti gli orrori di cui
vuoi parlarmi, Lazzaro. Quindi
con cos'altro potrai
terrificarmi?". Solo pochi
minuti passarono prima che
questo vecchio saggio realizzo'
che la conoscenza dell'orribile
non e' l'orribile in se stesso,
e che la vista della morte non
e' la morte. Senti' nella sua
anima che negli occhi
dell'Infinito , la conoscenza e
la follia erano uguali, perche'
l'Infinito non le conosceva.
Capi' che la divisione tra la
conoscenza e l'ignoranza, tra la
verita' ed il falso, tra il
grande ed il piccolo, lentamente
scompariva mentre i suoi
pensieri ormai senza forma
alcuna erano sospesi in quella
immensa nullita'!
Allora poveretto in preda al
terrore afferro' tra le mani la
sua grigia testa e grido'
insanamente, "Non posso piu'
pensare! Non posso piu'
ragionare!". Cosi' fu che sotto
il freddo sguardo di Lazzaro,
l'uomo miracolosamente
risuscitato, tutti coloro che
volevano far del male alla vita,
il suo senso e la sua gioia,
lentamente perivano. Il popolo
romano incomincio' a discutere
che era pericoloso lasciare
Lazzaro a farsi vedere
dall'Imperatore; credevano fosse
meglio ucciderlo e seppellirlo
in segreto, giurando che era
scomparso. Spade vennero
affilate, mentre alcuni giovani
devoti al bene pubblico
annunciarono di essere pronti a
divenire sicari, quando Augusto
rovino' i loro crudeli piani
domandando che Lazzaro apparisse
subito in corte. Anche se ormai
non potevano trattenere Lazzaro,
alcuni credettero che la pesante
impressione che la sua faccia
emanava poteva in qualche modo
venire attutita. Con questo fine
in mente, esperti artisti,
barbieri e cosmetologi si misero
al lavoro l'intera notte sul
viso e sulla testa di Lazzaro.
La sua barba fu accorciata e poi
arricciata stile romano. Quel
colore blu orribile e ripugnante
delle sue mani e della sua
faccia vennero coperti con della
pittura; le sue mani furono
imbiancate, le sue guancie
arrossate; le sue rughe
disgustevoli della sua
sofferenza e visibili sul suo
vecchio viso furono aggiustate e
pitturate, e sulla liscia
superficie, nuove rughe di
gioiosi sorrisi vennero
artisticamente applicate con
fini pennelli. Lazzaro si
sottomise a tutto cio' che gli
fecero, e fu subito trasformato
in un distinto vecchio
signorotto, e per tutto il mondo
sembrava come un allegro nonnino
di numerosi nipotini. Sembrava
come se il sorriso con il quale
aveva raccontato delle numerose
storie non avesse mai
abbandonato le sue labbra, come
se una tenera calma giaceva
nell'angolo dei suoi occhi.
Purtroppo gli stessi artisti non
ebbero il coraggio di cambiargli
i suoi panni con i quali arrivo'
a Roma; ne potettero cambiare i
suoi occhi, quei scuri e
terribili occhi fuori dei quali
si specchiava l'incomprensibile
Aldila'.
Lazzaro fu colpito dalla
magnificenza degli appartamenti
imperiali ma rimase stolidamente
indifferente, come s e avrebbe
visto nessun contrasto tra la
sua casa in rovina vicino al
deserto e questo solido e
bellissimo palazzo di marmo.
Sotto i suoi piedi, il durio
marmo del pavimento prese le
sembianze della sabbia del
deserto, ed ai suoi occhi tutte
quelle persone riccamente
vestite erano irreali come il
vuoto dell'aria. Nessuno lo
guardo' sul viso mentre passava
tra loro, per la paura di cadere
ipnotizzati sotto il suo duro e
gelido sguardo, ma quando il
rumore dei suoi passi annunciava
che ormai era passato, le teste
si alzavano, e gli occhi
esaminavano con timida
curiosita' la figura del
corpulento, alto, vecchio
signore, mentre passava
lentamente avviandosi verso il
centro del palazzo imperiale e
verso il trono di Augusto. Se la
morte forse apparsa, quegli
uomini non l'avrebbero temuta
molto; poiche' la morte e' solo
conosciuta dai morti, e la vita
solo dai viventi, e tra la vita
e la morte non esiste nessun
ponte. Ma questo strano Lazzaro
conobbe la morte, e la sua
conoscenza fu descritta come
misteriosa e maledetta. 'Lazzaro
uccidera' il nostro grande,
divino Augusto!', dicevano i
presenti tra di loro con orrore,
e maledicevano il povero
Lazzaro. Cesare Augusto sapeva
gia' chi era Lazzaro, ed era
pronto ad incontrarlo. Egli era
un;uomo molto coraggioso;
sentiva il suo potere essere
invincibile, ed in
quell'infausto incontro con
l'uomo meravigliosamente risorto
dai morti, l'Imperatore rifiuto'
ogni aiuto dai suoi aiutanti.
Uomo ad uomo, faccia a faccia,
Egli incontro' Lazzaro. "Non
fissare il tuo sguardo sul mio
viso, Lazzaro", gli comando'.
"Ho sentito che la tua testa e'
come la testa di Medusa, mutando
in pietra tutti coloro che ti
guardano. Pero' voglio guardarti
da vicino e parlarti prima che
mi tramuti in una pietra", fini'
col dire con spirito gioviale
Augusto, nascondendo i suoi veri
scopi. Gli ando' vicino ed
esamino' il viso di Lazzaro e
poi i suoi strani festivi abiti.
"La vostra apparenza non e' poi
cosi' terribile, venerabile
signore. Pero' guai a tutti gli
uomini, quando l'orribile prende
una cosi' venerabile e piacevole
apparenza. Ora per favore,
discutiamo!". Dicendo cio',
Augusto si sedette nuovamente
sul trono, e tra sguardi e
parole incomincio' la
discussione, "Perche' non mi hai
salutato quando sei arrivato?".
Lazzaro gli rispose
indifferentemente, "Non sapevo
fosse necessario". "Sei forse tu
un Cristiano?", gli domando'
Augusto. "No", fu la risposta
breve e secca di Lazzaro.
"Bravo! Io non amo i Cristiani.
Loro fanno tremare l'albero
della vita, proibendogli di far
frutti, e buttano al vento i
suoi fragranti profumi. Ora
dimmi, chi sei tu?".
Tentennando, Lazzaro rispose,
"Io ero morto". L'Imperatore
rispose, "Ho gia' sentito cio'
Ma tu chi sei, ora?". La
risposta di Lazzaro gli arrivo'
lentamente, dicendogli
nuovamente con calma, "Io ero
morto". "Ascoltami straniero",
disse Augusto duramente, dando
l'impressione di cosa gia' era
nella sua mente, "Il mio impero
e' un impero dei viventi; i miei
sudditi sono persone vive e non
corpi morti. Tu sei superfluo
qui. Io non so' chi tu sia, non
so cosa hai visto nell'Aldila',
ma se tu mentisci, Io odio le
tue menzogne, e se dici il vero,
Io odio la tua verita'. Nel mio
cuore Io sento il battito della
vita, nelle mie mani sento la
forza, ed i miei fieri pensieri,
come aquile, volano nello spazio
celeste. Dietro le mie spalle,
sotto la mia autorita', sotto
l'ombra delle leggi che Io ho
creato, uomini vivono e lavorano
e si divertono. Senti tu questa
divina armonia della vita? Senti
l'urlo di guerra che gli uomini
lanciano sulla faccia del
futuro, sfidandolo
giornalmente?". Augusto estese
le sue braccia e solennemente
continuo', " Benedetta sei tu,
Grande Vita Divina!".
Lazzaro rimase silenzioso, e
l'Imperatore continuo' severo, "
Tu non sei il benvenuto tra noi.
Triste rimasuglio, gia' mezzo
divorato dalla morte, tu riempi
gli uomini con l'avversione alla
vita. Come un verme sotto terra,
tu stai sradicando la piena
semenza della gioia, sudando un
sudore pieno di disperazione e
tristezza. La tua verita' e'
come una spada arrugginita nelle
mani di un assassino notturno,
ed Io ti condanno a morte come
un assassino. Prima voglio pero'
guardarti negli occhi. Solo i
vigliacchi hanno paura di loro,
e gli uomini prodi e fieri sono
invece spinti verso la lotta per
coronare la vittoria. Quindi, tu
non meriti la morte ma una
ricompensa. "Guardami,
Lazzaro!".
All'inizio sembro' al divino
Augusto come se un amico lo
stesse guardando, dolcemente,
cosi' gentile e fascinante era
lo sguardo di Lazzaro. Quello
sguardo prometteva non orrore
bensi' un calmo riposo, e
l'Infinito si rispecchiava nei
suoi occhi come una cara amante,
come una compassionata sorella,
come una madre amorosa. Il suo
gentile abbraccio divento'
sempre piu' forte, facendosi
sentire come se fosse il respiro
di una bocca in cerca di
baci.....poi sembro' come se
ossa di ferro lo stessero
abbracciando, chiudendosi sul
suo corpo in un abbraccio di
ferro; mentre fredde unghie gli
dilaniavano il cuore e
lentamente entravano nel suo
corpo. "Sento tanto dolore",
disse il divino Augusto,
diventando pallidissimo, e poi
continuo', "Pero' guardami,
Lazzaro! Continua a guardarmi!".
Enormi cancelli serrarono l'Eternita',
sembrava che poi lentamente si
riaprissero e tramite l'apertura
entro', freddo e calmo, il
terribile orrore dell'Infinito.
Un immenso Vuoto ed una immensa
Tristezza entrarono come due
ombre, estinguendo il sole,
rimuovendo il pavimento sotto i
piedi, ed in quel momento il
dolore nel suo gelido cuore
cesso'.
"Guardami! Guardami, Lazzaro!",
continuo' Augusto balbettando.
Il tempo cesso' e l'inizio di
tutto il creato venne vicino ad
una pericolosa fine. Il trono di
Augusto recentemente eretto,
cadde in frantumi, ed una fredda
nullita' prese il posto del
trono di augusto. Roma cadde
silenziosamente in rovina. Una
nuova urbe si alzo' al suo
posto, ed anche questa nuova
citta' fu cancellata da quella
fredda e vasta nullita'. Come
giganteschi fantasmi, citta',
regni e nazioni, uno ad uno
caddero in rovina per poi
scomparire in quella gelida
Nullita', come inghiottiti dalle
neri fauci dell'Infinito.
"Basta!", comando' l'Imperatore.
Gia' l'accento dell'indifferenza
era nella sua voce. Le sue
braccia erano senza forza, ed i
suoi occhi d'aquila brillarono
per poi spegnersi subito,
combattendo contro un'immane
oscurita'. "Mi hai ucciso,
Lazzaro!", disse incurante
l'Imperatore. Pero' queste
disperate parole lo salvarono.
Egli penso' al suo popolo, il
cui scudo Lui era destinato a
diventare, ed un forte dolore
gli entro' nel cuore. Penso' al
suo popolo destinato a perire,
ed il suo cuore si riempi' di
una profonda tristezza.
all'inizio il suo popolo
sembrava come brillanti ombre
nell'oscurita' dell'Infinito.
Come era terribile! Poi queste
ombre apparvero come fragili
vascelli agitati dalla linfa
vitale, con cuori che non
conoscevano tristezza o grandi
gioie, e penso' al suo popolo
con tanta tenerezza. Cosi'
pensando, riusci' a curvare la
bilancia ora sul lato della vita
e poi sul lato della morte,
infine lentamente scelse la
vita, trovando nella sofferenza
e nella gioia un rifugio dalla
tristezza e dalla nullita'
dell'Infinito.
"No, non mi hai per nulla
ucciso, Lazzaro", disse
fermamente Augusto, "Ma Io
invece ti uccidero'. Lazzaro!
Vai via!".
Arrivo' la sera ed il Divino
Augusto mangio' e bevve con
grande gioia. C'erano pero'
momenti quando il suo braccio
alzato rimaneva sospeso
nell'aria, e la luce dei suoi
brillanti occhi si oscurava.
Sembrava come se una fredda onda
di orrore veniva a spezzarsi ai
suoi piedi. Egli era stato
catturato ma non ucciso, e
freddamente aspettava anche lui
la sua fine, come una scura
ombra. Le sue notti furono piene
do orrori, ma la brillantezza
del giorno gli portava ancora le
gioie come pure la tristezza
della vita. Il prossimo giorno,
per ordine dell'Imperatore, i
suoi soldati bruciarono gli
occhi di Lazzaro con ferri
vroventi e poi lo rimandarono a
casa sua in ?Giudea. Persino
Augusto ebbe paura di ucciderlo.
Il povero Lazzaro ritorno'
nuovamente nel deserto ed il
deserto lo ricevette con il
respiro del vento e l'ardore del
caldo sole. Nuovamente si
sedette su quelle rocce con la
sua lunga ed incolta barba
rivolta al cielo; e due buchi
neri, dove prima si trovavano i
suoi occhi, guardavano orribili
e vuoti l'azzurro cielo. Nella
distanza la Santa Citta' si
sveglio' con tutti i suoi rumori
mattutini, ma vicino a lui tutto
era deserto, non si avvertiva
nessun rumore. Nessuno passo'
mai piu' dal luogo dove si
trovava Lazzaro, miracolosamente
risorto, fino ai suoi ultimi
giorni
perche' i suoi vicini da lungo
tempo avevano abbandonato le
loro case. La sua maledetta
conoscenza, ora spenta da quei
ferri roventi da dentro il suo
cervello tramite i suoi occhi,
stava li' nascosta come se da
quel nascondiglio volesse
scattare prontamente sugli
uomini con mille occhi non
visibili. Nessuno piu' guardo'
Lazzaro negli occhi. Ogni sera,
all'imbrunire, quando il sole,
nel suo colore rosso violaceo si
ingrandiva, curvo nella sua via
verso l'Ovest, il cieco Lazzaro
lentamente lo seguiva. Sbatteva
contro le rocce e sassi cadendo
spesso per terra; pesante e
debole, si alzava a stento e
lentamente continuava a
camminare; e contro il rosso
sipario del tramonto, la sua
scura forma e le sue braccia
alzate gli davano la
rassomiglianza di una croce.
Successe che una sera Lazzaro
segui' il sole e non ritorno'
mai piu'. Cosi' fini' anche la
seconda vita di Lazzaro, che per
tre giorni rimase nel misterioso
regno della morte e poi fu
miracolosamente risuscitato a
nuova vita!
FINE
Antonino Angileri
Copyright 1995-USA

 
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