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Eppure trascorre… |
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Adesso vedo delle foto che sbiadiscono negli anni andati, in parte dimenticati, forzatamente archiviati nelle zone oscure della mente. La mente…questa scatola inconcepibile che tutto concepisce attraverso l’energia delle cose che attraversa. La mente, come ultimo baluardo di un corpo che ci abbandona fino a scomparire nella cenere. La mente, si spegne come una lampadina oppure si congiunge con l’anima per un nuovo percorso. La mente che incontra l’anima in un punto stabilito dal caso o da una telefonata che concorda l’appuntamento. Questo è uno dei temi che causa lo scontro di religioni che predicano soluzioni diverse sulle ipotesi dell’incontro tra mente e anima, ammesso che questo avvenga. La mente che segue l’anima o l’anima che segue la mente o magari entrambe per la propria strada per non incontrarsi più, per finire nel vuoto della pazzia. Quante soluzioni per una mente che conosciamo poco, ma che ci consente di conoscere tanto. La strada percorsa e quella da percorrere, il sogno, il desiderio, la speranza, il dolore, l’amore, la passione, la tristezza e tutte le condizioni mentali che ci avvolgono come involtini trafitti dallo stuzzicadenti della vita, quasi come se fosse il peso di un dolore sempre in agguato.
Le foto in bianco e nero.
Quelle del tempo trascorso nella pioggia del vento o nell’afa di un’estate troppo calda. Le foto dei pensieri raccolti dalle emozioni. Le foto delle giornate buie e quelle delle notti di luce in una scia che si perde all’orizzonte di un obiettivo finalmente chiaro, nitido in grado di mettere ordine alle dinamiche apparentemente indecifrabili. Le foto musicali che mi hanno accompagnato lungo una strada tortuosa fatta di pietre e di incontri che a loro volta sono diventati altri incontri e addii. Foto esplose perché riposte in cantina sopra barili colmi di dinamite. Sono le foto dove non mi riconosco, le foto di un altro che forse mi ricorda qualcosa di me. Le foto di scenari andati, le foto di momenti dimenticati, le foto di quelli che non avremmo voluto incontrare. Ma c’è sempre la musica di un pianoforte accompagnato da un sassofono che insegue i miei ricordi, una musica melodica, dolce a tratti romantica e a volte struggente. Uno strano abbinamento che rende tutto più chiaro. La foto che raccoglie le foto, traducendo il passato nelle immagini che non possiamo, non vogliamo cancellare, le immagini della vita vissuta attimo per attimo.
A volte inconsapevoli di viverla. A volte sprezzanti del valore che avremmo dovuto conferirle. A volte lasciata correre nel buio dell’idiozia per gli errori che non potevamo evitare. Ora, l’espressione dell’accenno di un sorriso di colui che nel ricordo, ha incontrato il passato, cogliendone aspetti che non aveva compreso. Quanti, prima di lui, avevano pensato le stesse cose, quanti dopo di lui avranno le stesse sensazioni. La mente, riceve pensieri che vede andare via, li rivede tornare per poi ripartire per sempre. Ma il passato fa capolino, viene a cercarti quando meno te lo aspetti. La memoria, cura la regia del pensiero che arriva alla mente, provocando l’emozione, che si manifesta implacabile come un salto nel vuoto…un salto nel vuoto del passato. Mi soffermo a pensare al passato, agli anni andati, scanditi dai mesi e dai giorni, dagli addii e dai ritorni. Un passato di errori che oggi leggo come momenti di vita che mi hanno consentito di vivere, dandomi oggi l’opportunità di ricordare. Cosa sarebbe stato oggi il ricordo, se non avessi vissuto l’inferno anelando al paradiso? Probabilmente, avrei ricordato la monotonia, che forse si sarebbe dissolta nel nulla, senza neanche darmi l’opportunità di un’emozione antica.
Cosa sarebbe la vita senza un ricordo di vita….?
Una strada, polverosa, come una striscia nel verde che si perde all’orizzonte; una strada da percorrere con fatica. Una strada e le sue soste, utili a pensare, bevendo qualcosa in un anonimo bar che scomparirà per sempre, dopo qualche chilometro. Un momento di pausa per osservare il mondo, rimanendo un pò fermi dopo aver tanto viaggiato. E’ la metafora di una folle corsa nella vita che ci chiede talvolta di fermarci per capire dove siamo, cosa siamo diventati, per sentire se stessi. Un introspezione che ci fa scoprire aspetti che lasciavamo sfuggire, quasi per il timore di incontrarli. La strada da percorrere con la consapevolezza di avere scoperto una parte di noi che risiedeva in una zona oscura della mente. Una riflessione che diventa pensiero, certezza, cognizione di se. La decisione di riprendere il viaggio con uno stato d’animo diverso, quasi come se fosse avvenuta una rinascita dentro di noi. Un modo nuovo di vedere le cose, filtrate da angolazioni e prospettive derivate dal tentativo di maggiore conoscenza di sé. Il viaggio verso una meta fisica in direzione nord ed il viaggio verso una meta astratta in direzione sud, verso la nostra anima che sembra ormai dimenticata, isolata, distaccata dal corpo che non la riconosce.
Il vero viaggio.
Il percorso interiore che risulta assai più faticoso, tortuoso, a volte invalicabile, dalle certezze che crediamo di avere maturato, ma che poi si frantumano come specchi nei quali abbiamo visto il nostro volto con quella strana luce proveniente da una direzione indefinita. Il viaggio, guidando l’auto della nostra mente per il raggiungimento dell’anima.
Tutto assume un valore relativo, un sorriso alla stupidità, per abbandonarla per sempre, un benvenuto al desiderio di essenza, ed una stretta di mano a quella parte di sé rimasta troppo tempo da sola, nel buio di una notte di stelle.
Un viaggio davvero importante, indispensabile ad allontanare lo scenario dell’inutile misto alla finzione che diventa la recita del quotidiano. Assurdi desideri che assediano emozioni incontrollabili, verso la corsa del possesso ad ogni costo, in direzione dell’ego che diventa la sola bandiera di un linguaggio trito e fasullo. La mente che si riconcilia con il cuore a vantaggio di un’armonia che rasserena le ansie troppo spesso presenti attraverso le angosce improvvise ed apparentemente immotivate.
Un corpo che si ribella alla follia di ritmi quotidiani maniacali. Quanto tempo dedicato alla finzione, quanto tempo sottratto alla sincerità, alla autenticità. Le parole vomitate di giorno, lasciano il posto alle insoddisfazioni e le angosce della sera.
Cammino alieno in questi quartieri così pieni di vita e umanità; sofferenza, sacrificio, dolore, fatiscenza, degrado, povertà, margine sociale, assenza di strutture. Quartieri di gente che vive un mondo proprio di valori diversi, legati ad un passato che fuori da questo scenario, non esiste più. E’ come se il tempo si fosse fermato ad un periodo da cartolina di una Napoli che
oggi non è più possibile comprendere. Ascolto rumori di quotidianità, e guardando questi vicoli, immagino la vita della gente.
Che giornata strana, sembrava che tutto fosse diverso dal solito. Non riconoscevo la gente che incontro ogni giorno, non ricordavo le strade della mia città, avvertendo un senso di disorientamento totale. Mi sentivo alieno nello spazio che calpestavo da anni e non capivo il perché. Nel solito bar, ho chiesto alla cassa dove si trovasse il bagno, fingendo di scherzare. Il dubbio spaziava su due possibilità che riuscivo a risolvere con il sorriso della cassiera che mi indicava, decisa, la direzione del bagno, quasi come se avesse compreso la goliardia di un cliente mattutino e giocherellone. In quel sorriso ho letto tutta la capacità di tollerare l’arrivo del primo matto del mattino che si diverte a fingere di non sapere dove fosse il bagno. Ho letto la capacità di gestire la stupidità altrui, anche quando questa si presenta inaspettata. Dopo la parentesi del bar conclusasi in modo anche divertente, mi sono incontrato con il solito incontro del mattino, quello che accade quasi sei giorni su sei. Il solito amico che percorre la mia stessa strada, ma in direzione contraria. Inevitabilmente esiste un punto x dove ci si deve incontrare per forza. Stamattina, giunto al punto x, mi sento chiamare da uno sconosciuto, era lui. Dopo aver finto di essere assorto in pensieri eterosessuali, ho cominciato la scena dell’improvvisazione. La solita interpretazione del ruolo di colui che finge di ricordare ogni particolare della persona con cui dialoga. Ma nello stesso tempo, attiva un’assidua ricerca nell’archivio della mente, attraverso fotografie ed identikit che possano dare un nome a quel volto sconosciuto. Intanto, lui, continua a parlare cercando di scrutare il mio atteggiamento anomalo. Per dare un taglio alla situazione imbarazzante, fingo un vibracoll del mio telefonino e per dare credibilità alla scena, infilo la mano destra nella tasca del mio jeans che afferra il telefonino che ne esce vibrando. Non so se l’operazione è apparsa credibile, ma a quel punto della scena dovevo continuare il ruolo che avevo deciso di interpretare. Ovviamente, la telefonata era sul genere ufficio, impegno importante da calendario puntualmente dimenticato, con immediata urgenza di dover raggiungere il posto di lavoro. Uno stratagemma che funziona quasi sempre con quelle persone poco gradite da cui ci si deve congedare in modo veloce ed elegante. Dopo aver superato il secondo ostacolo di un percorso ancora lungo, decido di fermarmi a riflettere per tentare di capire quale fosse la vera motivazione di un annebbiamento simile. Mi siedo nella panchina del parco e guardando un albero secolare, inizio la mia analisi nel tentativo di fare luce nel buio della mia giornata. Un paradosso, un’allucinazione, un sogno, un desiderio di cambiamento, oppure un semplice black out della mente che si oppone alla consuetudine innalzando un veto nella memoria che rende tutto più difficile. Certo, pensare che la propria mente decida di contrapporsi alla consuetudine senza neanche dare un minimo di preavviso, mi pare quanto meno sgarbato. Non credo in una soluzione drastica, penso invece di utilizzare un modo intelligente per comunicare con la mia mente. Una sorta di auto elogio che conferisce alla propria mente una marcia in più. Tutto questo per dire che spesso la mente manifesta esigenze che non sappiamo riconoscere, bisogno di riposo, tranquillità, serenità……………………….. Tamburo |