        
Policlinico, mon amour

Ho tanti
ricordi degli anni di studio.
Tante
storie da raccontare, molte di follia,
qualcuna di malasanità, alcune di eroismo,
talune comiche altre drammatiche.
La gloria
di edifici che avevano visto la storia della
medicina e della chirurgia, avevano accolto
i passi di professori e baroni che insieme
alla scienza ti insegnavano lo stile
dell'essere medico, la sensibilità, i
segreti dell'ascolto e dell'osservazione, la
semeiotica di una medicina ottocentesca che
andava tramandata di padre in figlio nel
tentativo di non perderne l'antica
genuinità.
La
decadenza di strutture ormai in abbandono,
pur se in grado di accogliere ancora decine
e decine di malati.
Il bar del
policlinico o come l'avevamo soprannominato,
l'Epstain-Bar, in onore del virus della
mononucleosi infettiva che sembrava la cosa
più sana da rinvenire nei tramezzini. Il
P-ONE, il pulmino che avrebbe dovuto
trasportare gli utenti all'interno del
policlinico e che dopo poche settimane era
stato rubato lasciando orfani i cartelli
segnaletici memori delle dovute fermate. Un
barbone che viveva in prossimità dei
sotterranei. E tanti casi umani da poter
disegnare la cartolina dell'umanità.
L'università vuol dire aggiornamento e
studio, ma spesso troppo settorializzato, e
il malato (almeno finchè è vivo) non può
essere tagliato a spicchi.
Specializzandi in gastroenterologia che
facevamo le guardie e le ossa in medicina.
Alla ricerca, come sempre accade quando sei
giovane, di un mentore che ti insegni la
nobile arte del guarire. Dopo un pò di tempo
capisci che gli insegnanti sono razza assai
rara e ancor meno quelli che vogliono farlo.
Si può
dunque capire l'ansia di un neolaureato a
sostenere una guardia notturna in una
clinica medica con reparti di medicina,
cardiologia, nefrologia ed endocrinologia,
quando si ricordano i terreni di coltura
dello stafilococco ma non si ha mai
fronteggiato un'emergenza. Per fortuna
eravamo affiancati ad un medico di ruolo! E
con questo pensiero posavamo la testa sul
cuscino, sperando che il telefono non
suonasse mai.
Purtroppo
ciò accadeva di rado. E quando poi stavi per
attaccarti al telefono per svegliare il tuo
tutor di una notte, ricordavi quelle poche
parole che aveva con te scambiato prima del
congedo notturno... "Non mi chiamare, a meno
che il paziente non stia proprio per morire
ma in quel caso accertati che non sia senza
speranze, perchè in quel caso è comunque
inutile che io venga,
per cui
insomma, cavatela da te".
Ricordo un
episodio.
Ad una dei
primi miei turni ero stato chiamato per un
paziente con una precordialgia.
Cardiopatico, portatore di 3 by pass, dolore
resistente ai nitrati sublinguali, ecg con
segni ischemici aspecifici, enzimi in corso,
pressione normale. Avvio la terapia
endovenosa? Eparina? Oddio e se poi sbaglio
e non ho chiamato lo strutturato? Dopo 10
minuti di riflessioni, decido di farmi
proteggere. Prendo coraggio e chiamo il
tutor. Nella fattispecie, un altro
gastroenterologo. Un professore quotato e
rinomato, che si occupava di motilità
gastrointestinale.
Dopo
essermi scusato per il disturbo (...), gli
illustro il caso. Lui imperterrito, guarda
il malato senza parlare. Gli prende il
polso. Poi lo guarda ancora. Dato il
silenzio, avanzo le mie perplessità sul da
farsi. Dopo un altro minuto di osservazione,
in cui anche il paziente cominciava a
chiedersi cosa dovesse dire, il mentore
snocciola la domanda, con calma ed eleganza
esemplare:
"Come va di
corpo? E' stitico?" Il paziente allibito, ma
non quanto me, risponde che in quel
frangente avvertiva solo dolore al torace e
che comunque non aveva mai sofferto di
problematiche intestinali.
"Ah." E
detto questo il professore si girò e senza
dirmi una parola tornò a dormire.
Dovetti
comunque prendere una decisione e trattai il
caso come scritto sul libro, che andai a
leggere e rileggere decine di volte nel
corso della notte per trovare le certezze
che nessuno poteva darmi. Passai il paziente
se non sano, quantomeno salvo ai colleghi
della mattina.
Fu tra le
lezioni di medicina che ricordo ancora oggi,
proprio come se me l'avesse insegnata un
(vero) professore.
Nik21
 
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