Tajolini pelosi 

Cosi li chiamava la nonna!

 Era una pasta sfoglia fatta in casa senza uova ed allargata con il matterello, poi ripiegata più volte e tagliata in striscioline alquanto sottili (sottili di larghezza ma non di spessore) poi cotte in acqua bollente ma molto molto al dente, per tema che non si perdano in un groviglio colloso nel paiolo di rame. Il condimento era, alcuni grossi pezzi di pomodori e un pezzetto di lardo reso poltiglia con uno scudiscio, sopra di un legno chiamato battilardo, indi rosolato in un vecchio tegame, poi versato nella stessa acqua di cottura della pasta, ed ecco i famosi Taijolini pelosi pronti per essere ingurgitati.

 Quanto era cara la mia nonna quando mi chiamava per il pranzo, con il suo dialetto marchigiano locale: Nelloooooo veni su che è pronto l’pranso, Nonna tua t’ha fatto i taijolì pelosi oggi, e li dovemo magnà calli calli, sentirai quant’ è boni!!

Io ero spesso giù nel prato dove mi divertivo a giocare con un gattino che mi seguiva ovunque io andassi, e quando udiva la voce della nonna partiva come un razzo come se la chiamata fosse stata per lui. Anch’io mi affrettavo a salire perchè la colazione era stata alquanto parca, un pezzo di pane inzuppato nel siero ricavato dalla confezione del formaggio che ogni mattina la signora della cascina nostra vicina ci metteva da parte generosamente. Ma poi quando si trattava d’ingoiare quella specie di fettuccine collose con i grossi pezzi di pomodoro cotti a metà dovevo fare sforzi enormi per farli accettare al mio stomaco che non voleva saperne di quella roba, ed a volte chiudeva il passaggio a metà strada indeciso se accettare o respingere, e soltanto con la forza della volontà riuscivo a convincerlo ad accettare.

Erano tempi duri quelli, oltre che essere tempi di guerra, noi eravamo poveri, e non tutti i giorni potevamo permetterci ciò che per noi èra già un lusso. Ma e le altre volte? Mi direte voi! Ebbene le altre volte molto spesso si mangiava polenta, una polenta abbastanza liquida tanto da poterla spandere sopra una tavola fatta per quello scopo, poi la Nonna faceva un pozzetto nel mezzo e vi versava un po di vino cotto che chiamavano sapa, ed ognuno di noi intingeva un pezzetto di polenta con la forchetta fino a che quel liquido diventava una poltiglia dolciastra che al solo vederla mi faceva venire sforzi di stomaco.  Io il più delicato preferivo mangiarla scondita.

In quanto al pane, un pane di mais che dopo alcuni giorni si doveva rompere con il martello. Poi qualche volta  quando la fortuna mi assisteva si poteva mangiare qualche pesciolino che con la mia reticella ero riuscito a pescare giù nel piccolo fiume poco distante, ma erano più numerosi i pescatori che i pesci, e siccome i pescatori erano più grandi di mé si sceglievano sempre i migliori posti.

 Ma, e le uova ? E i polli ?  mi direte ancora visto che si abitava in campagna! E vero che si aveva una famigliola di conigli ed alcune gallinelle, e di tanto in tanto si raccoglieva qualche ovetto, ma a fine settimana si andava al paese per vendere tutto ciò che si poteva alle signore che già ci attendevano lungo la via, il ricavato del quale serviva a pagare affitto,sale, lardo ed altre cose varie. Poi...finalmente arrivava la festa! Quella festa che si attendeva con ansia... Natale! Perchè per tradizione  si cominciava a festeggiare la vigilia, dopo di aver sgranato il rosario, ave Maria e altri vari santi di cui non ricordo tutti i nomi finalmente si mangiava; come si mangiava nei giorni di vigilia, cioè senza carne (ahahahah  come se gli altri giorni fosse stato possibile).

 Dunque, il nostro cenone era: pane di grano ( questa volta) tagliato a fette e disposto a corona in un piatto profondo, dove si versava brodo di ceci e baccalà. Questa era la nostra grande festa e si èra felici perchè la nonna ci diceva che molti bambini morivano di fame e  sarebbero stati ben contenti di avere soltanto una piccola parte di ciò che noi avevamo. Oggi dopo tanti tanti anni,  pur  vivendoin un periodo di mucche grasse, mi dico che da questa parte non abbiamo migliorato molto, perchè ancora oggi molti moltissimi grandi e bambini muoiono di quella tarribile malattia che si chiama  fame!

Ma oggi ben più d’allora è una grande vergogna, perchè ci sono più mezzi, ma purtroppo meno volontà di fornire questo antibiotico che si chiama pane!

ollens