Quella notte il giovane Ulisse ebbe un sogno che
ricordo’ per sempre nella sua vita. Nel sogno Ulisse
era diventato Ctesippus, un discepolo ed amico di
Socrate.
Ctesippus, tempo prima era uno dei piu’ frivoli
giovani Ateniesi. Per lui la bellezza era la sua
sola dea, e si inchinava a riverire il corpo di
Clinias come l’esemplare piu’ alto della bellezza.
Pero’ dal giorno in cui incomincio’ a frequentare
Socrate, tutto il suo desiderio per il piacere della
carne scomparve dalla sua mente. Incomincio’ a
guardare Clinias con indifferenza mentre gli altri
ancora ammiravano le sue bellezze. La grazia del
pensiero e l’armonia di spirito che scopri’ nella
dottrina di Socrate gli sembrarono cento volte piu’
attrattive delle belle forme armoniose e voluttuose
di Clinias.
Con tutta l’intensita’ del suo impetuoso temperamento si attacco’ a
Socrate che gli aveva disturbato la serenita’ della
sua vergine anima, la quale per la prima volta si
apri’ a dubitare come le foglie di una giovane
pianta di quercia si aprono ai freschi venti della
primavera.
Ora il Maestro era morto, non poteva trovare piu’
pace ne’ nell’intimo del suo cuore, ne’ tra I suoi
amici e discepoli. Gl idei della terra e della casa
e gli dei delle persone lo inspiravano con
ripugnanza. “Io non so”, disse Ctesippus, “se voi
siete I migliori dei tra tutti gli dei ai quali
innumerevoli generazioni hanno bruciato incenso ed
offerte; tutto quello che Io so’ e’ che per il
vostro amore la folla cieca spense per sempre la
chiara fiamma della verita’, e per il vostro amore
sacrifico’ il piu’ grande di tutti gli esseri
mortali”. A Ctesippus sembrava di udire per le
strade ed I mercati gli eco dell’ingiusta sentenza.
Proprio allora ricordo’ che proprio in quel luogo
non molto tempo fa’ il popolo gridava per
l’esecuzione dei generali che furono vittoriosi
contro gli Argunisae, e come Socrate, da solo, si
oppose a quella selvaggia condanna dei giudici e la
cieca rabbia della folla.
Quando Socrate, proprio lui poverino , aveva bisogno
di aiuto, nessuno alzo’ un dito per difenderlo con
egual forza e vigore. Ctesippus si incolpo’ ed
incolpo’ anche gli altri discepoli e per questa
ragione incomincio’ ad evadere quando possibile
amici e discepoli. Una sera mentre il suo animo
era triste emesto si avvio’ verso il mare ma la sua
rabbia si intensifico’ violentamente. Le onde
andavano a spezzarsi sugli scogli su quella costiera
rocciosa con un grido lamentoso.
Il loro frastuono sembrava quello di un funerale.
Scappo’ via da quelle scogliere e si inoltro’ nella
cupa foresta senza mai guardarsi intorno. Dimentico’
il tempo e lo sazio, ed il suo ego; nella sua mente
c’era solo il pensiero della morte del povero
Socrate. “Ieri era ancora con noi, ieri le sue dolci
parole si potevano udire. Com’e’ possibile che
proprio oggi non e’ piu’ con noi? Oh notte, oh
montagna gigantesca circondata da una fitta nebbia,
oh immenso mare mosso dal tuo moto perpetuo, oh
venti senza tregua, oh volta celeste coperta da
nuvole volanti, prendetemi con voi, dischiudetemi il
mistero della sua morte, se e’ stato rivelato a voi!
E se non lo sapete, allora date alla mia anima
ignorante la vostra indifferenza. Rimuovete da me
queste domande che mi tormentano, non ho piu’ la
forza di portarle nel mio petto senza una risposta,
senza la speranza di una chiara risposta.
Chi mai sara’ capace di rispondere alle mie domande,
ora che le labbra di Socrate sono suggellate in
eterno silenzio, e le tenebre eterne sovrastano
sulla sua tomba?”. Lo sconsolato Ctesippus grido’
queste parole al mare, alla montagna ed all’oscura
notte, la quale continuo’ a seguire il suo
invariabile corso, continuamente e senza sosta,
invisibile, sopra un mondo addormentato.
Molte ore passarono prima che Ctesippus si guardo’
intorno e finalmente vide dove I suoi passi
inconsciamente l’avevano portato. Gi sembro’ come
se gli sconosciuti dei della notte eterna sentirono
le sue pie preghiere. Ctesippus si guardo’
nuovamente intorno, senza pero’ riuscire a capire in
quale posto si trovava. Le luci ormai distanti della
citta’ erano scomparse nelle fitte tenebre.
Il rumore del mare era ormai morto in lontananza;
non si sentiva nemmeno un singolo suono, tantomeno
il grido di uccelli notturni, ne’ rumore di ali, ne’
rumore di foglie al vento, nulla ruppe quel profondo
silenzio. Riusci’ a vedere in lontananza delle brevi
illuminazioni causate da alcuni fulmini e queste
brevi illuminazioni fecero capire ancor si piu’
quanta oscurita’ c’era in quel luogo ameno e
silenzioso.
Quei brevi fulmini fecero vedere sebbene brevemente
un desolato deserto con valli come serpenti in
movimento alzandosi su’ verso picchi rocciosi in un
caos selvaggio.
Tutti gli dei giocondi e gioiosi che abitano I
ruscelli, I verdi campi, e le montagne scapparono
via per sempre da questo immane deserto. Solo Pan,
il grande e misterioso Pan, si nascondeva in qualche
posto vicino quel caos della natura e con un
ghigno satanico sembrava seguire questa piccolissima
formica che proprio poco tempo prima aveva chiesto
di conoscere il segreto della creazione e della
morte.
Un oscuro terrore si imposesso’ dell’animo di
Ctesippus, come le onde marine nel mezzo dell
tempesta si impossessano e coprono gli scogli
solitari. Era un sogno, era realta’, o era la
rivelazione di qualche sconosciuta deita’? Ctesippus
avverti’ in un’istante che presto avrebbe solcato la
tenue linea che divide la vita dalla morte e che la
sua anima si sarebbe dissolta in un’ocean osenza
fine, in un orrore inconcepibile come una goccia di
pioggia si dissolve in mezzo alle onde di un mare
grigio in una notte tenebrosa e senza stelle.
Proprio in quel momento senti’ delle voci che gli
sembrarono a lui conosciute, ed in quella fievole
luce I suoi occhi riuscirono ad intravedere delle
figure umane. In cima ad una collina rocciosa era
seduto un uomo disperato in preda al terrore. Si
aveva coperto la testa con la falda della sua toga
ed era inginocchiato per terra. Un’altra figura
umana lo avvicino’ lentamente.
Il primo uomo si scopri’ il viso ed esclamo’ “Sei
proprio tu, mio caro socrate? Sei proprio tu che m
isei vicino in questo posto cosi’ ameno e triste?
Ho gia’ passato molti giorni in questo posto senza
riuscire a capire ancora quando Il giorno arrivera’.
Sto’ aspettando l’alba invano!”. “Si, sono Socrate,
caro amico, e tu, tu sei Elpidias e se non sbaglio
sei morto tre giorni prima di me!”, rispose
Socrate. “Si, sono Elpiades, ero il piu’ ricco
commerciante di pelli in Atene, , ora sono il piu’
miserabile di tutti gli schiavi.
Per la prima volta capisco le parole del poeta,
‘Meglio essere schiavo in questo mondo che un Re
nell’Ade tenebroso!’ “. “Mio caro amico, se non ti
trovi bene dove ora ti trovi, perche’ non cerchi
un’altro posto?”, nuovamente gli rispose Socrate il
filosofo.
“Oh Socrate, mi meraviglio di te, come osi girovagare tra queste fitte
tenebre? Io sto’ seduto su questa cima rocciosa
piangente e mesto al pensiero della mia vita ormai
finita”. “Caro Elpiades, come te, anch’Io fui spinto
tra queste tenebri quando la luce della vita terrena
fu rimossa dai miei occhi.
Ma una voce interna mi disse ‘Segui questo sentiero
senza esitare ‘ , ed Io mi sto’ avviando in questo
sentiero oscuro”. “Ma dove vuoi andare, oh figlio di
Sophroniscus? Qui non esiste nessuna strada o
sentiero, nemmeno un raggio di luce; nulla ma solo
caos di rocce, nebbia e tenebre”. “Quello che dici
e’ vero, caro Elpidias, ma dato che tu conosci orami
questa triste verita’, ti sei per caso chiesto
qual’e’ la cosa peggiore nella tua presente
situazione?”, gli disse il filosofo. Elpiades
rispose, “Certamente queste fitte tenebre!”. “Allora
dovresti sforzarti di trovare la luce.
Forse riuscirai a trovare la vera legge, che noi
mortali possiamo solo scoprire nell’oscurita’ il
mistero della vita. Non credi sia migliore scoprire
che rimanere seduto sempre nello stesso posto?
Io credo sia meglio scoprire cose nuove per cui
continuo nel mio cammino. Addio!”, disse Socrate al
povero e tremante Elpidias. “Oh caro Socrate, non mi
abbandonare! Tu vai verso il tuo cammino con passo
sicuro in questo caos infernale. Ti prego, fammi
aggrappare ad una falda della tua toga e cosi’
potro’ seguirti!”. “Se credi sia meglio per te
seguirmi, allora caro Elpiades, seguimi!”, incalzo’
Socrate.
Le due ombre si incamminarono mentre l’anima di Ctesippus, libera dalla
sua forma mortale, nel sonno ristoratore volo’,
seguendo le due ombre, assorbendo il chiaro discorso
socratico. “Buon Socrate, dove sei?”, nuovamente la
voce dell’Ateniese fu’ udita; “Perche’ non favelli"?
Favellando la strada diviene piu’ corta ed Io ti
giuro per Ercole che mai prima ho attraversato un
luogo cosi’ orrido”. “Fammi delle domande, amico
Elpidias! Le domande di chi vuol imparare portano
risposte e producono la conversazione”. Elpiades
rimase un momento in confuso silenzio , poi, dopo
aver messo a posto le sue idee, domando’ a Socrate,
“Si, questo e’ proprio cosa voglio chiederti, dimmi,
mio povero Socrate, ti hanno fatto almeno un decente
funerale"?”.
“Ti devo confessare, mio buon amico Elpiades che non posso soddisfare la
tua curiosita’!”, gl irispose Socrate. “Capisco,
caro Socrate. Con me tutto fu differente! Mi hanno
fatto un bellissimo funerale e sepoltura degna di un
re! Ancora penso con grande piacere a quei amorevoli
momenti subito dopo la mia morte. Per prima cosa mi
hanno lavato e poi profumato con del ricco balsamo
libanese. dopo la mia fedele moglie Larissa mi ha
vestito con panni ricchissimi e.....”, fu’
interrotto da Socrate il quale gli domando’,
“Fermati, caro Elpiades. Io sono convinto che la tua
fedele Larissa ha dovuto cambiare tutto il suo
amore in denaro suonante per far tutto cio’ che hai
menzionato in tuo onore”. Elpiades continuo’,
“Esattamente dieci dracme, senza poi contare la
spesa per il vino per tutti gli ospiti.
Credo che Io come il piu’ ricco pellicciere di Atene posso andare
davanti alle anime dei miei avi fiero di tutto il
rispetto da parte dei vivi nei miei riguardi!”.
Lentamente e con voce melodiosa Socrate rispose, “ Amico Elpiades, non
credi che tutto questo spreco di denaro sarebbe
stato meglio darlo ai poveri che sono ancora in vita
in Atene in questo momento?”. “Ammetti, Socrate, tu
parli cosi’ perche’ sei invidioso della mia
persona”, rispose Elpiades con dolore e poi
continuo’, “ Mi dispiace per te, o sfortunato
filosofo, ma detto tra noi, Io credo che veramente
dovevi fare la fine che hai fatto! Io stesso nel mio
circolo familiare dissi sempre che bisognava mettere
una fine su di te, perche’.....”, ma Socrate
l’interruppe e per calmarlo gli disse, “Calmati,
amico Elpiades,Io ho creduto che tu volevi una
conclusione ed ho paura che invece ti stai
allontanando dal giusto cammino.
Dimmi mio buon amico, dove ti stanno portando I tuoi
pensieri?”, fini’ poi col dire il filosofo. Elpiades
guardo’ a lungo Socrate senza fiatare e poi con tono
piu’ gentile gli rispose, “Io volevo solo dire che
nella mia bonta’ sono molto dispiaciuto per la tua
triste situazione.
Un mese fa’ proprio io parlai contro di te
nell’assemblea ateniese ma in verita’ nessuno di noi
che gridammo ad alta voce contro di te volevamo o
speravamo una fine come questa per te. Credimi, ora
Io sono piu’ spiacente di prima, o infelice
filosofo!”. “Io ti ringrazio. Pero’ dimmi, amico
mio, riesci a vedere una luce di fronte ai tuoi
occhi?”. “No! Al contrario Io vedo solo queste fitte
tenebre infittirsi e mi chiedo se questa non e’ la
regione di Orcus”, rispose Elpiades. Socrate gli
domando’, “In questo cammino, quindi ci sono tenebre
per me come pure per te, e’ vero?”. “Giustissimo”,
rispose Elpiades. “Allora se non erro tu ancora stai
aggrappato alle falde della mia toga”. “Anche questo
e’ vero!”, rispose nuovamente Elpiades. “Allora per
come proprio tu stesso hai ammesso, entrambi siamo
nella medesima situazione.
Vedi come i tuoi antenati non si son fatti vedere
per rallegrarsi con te per il tuo magnifico
funerale? Dov’e’ quindi la differenza tra di noi,
mio buon amico Elpiades?”. “Ma, Socrate, hanno gli
dei caso racchiuso la tua mente in questa oscurita’
che la differenza tra di noi non ti e’ chiara?”.
“Amico Elpiades, se la tua situazione e’ chiara ai
tuoi occhi, allora dammi la tua mano e guidami,
perche’ Io giuro che altrimenti seguiro’ da solo
cammino tenebroso”. “Smettila di scherzare, Socrate!
Come puoi paragonarti con me! Io son morto nel mio
letto, oh uomo senza dei!”. “Ah, credo che sto’
incominciando a capirti meglio, Elpiades. Dimmi,
speri per caso di dormire nuovamente nel tuo
letto?”. “Credo che non ci dormiro’ mai piu’!”.
“C’e’ stato per caso un periodo nel quale non hai
potuto dormire nel tuo letto"?”, disse Socrate.
“Si! E’ successo moltissimi anni orsono quando
comperai delle merci da Agesilaus a meta’ prezzo del
loro valore. Capisci Socrate, questo Agesilaus era
un ruffiano......”, ma Socrate lo fece tacere
dicendogli, “Non pensarci piu’ circa Agesilaus!
Forse proprio in questo momento sta’ ricomprando
quella stessa merce da tua moglie Larissa solo per
un quarto dellla sua valuta. Allora. avevo ragione
quando ti ho detto che tu eri in possesso solo
parzialmente del tuo letto"?”. “Si, caro Socrate,
hai pienamente ragione”, rispose Elpiades. “Bene,
anch’Io son ostato in possesso parzialmente del mio
letto sul quale son morto perche’ Proteus, una buona
guardia della prigione, mi ha fatto dormire alcune
volte”.
“Oh, se avrei capito prima dove volevi arrivare con
le tue belle parole, non avrei risposto alle tue
subdole domande. Per Ercole, non ho mai sentito una
profanazione come questa. Come puoi paragonarti con
me! Se voglio, con due parole ben dette posso
metterti a tacere per sempre, caro Socrate!”.
“Allora dille queste parole caro Elpiades, senza
paura. Le tue parole saranno sicuramente meno
distruttive della cicuta!”, gli rispose Socrate.
“Molto bene! Questo e’ proprio cosa volevo dirti! Tu
o sfortunato uomo, tu sei morto per la condanna
ricevuta dalla corte e sei stato forzato a bere la
cicuta!”, gli disse tutto nervoso e colerico,
Elpiades. “Caro Elpiades, mio caro e buon’amico, Io
gia’ conosco tutto cio’ dal giorno della mia morte,
anzi lo prevedevo da molto prima. Invece tu,
sfortunato Elpiades, dimmi cosa ha causato la tua
tragica morte?”, fini’ col dire Socrate. “Oh, con me
e’ stato tutto differente, interamente differente!
Sai, Io ho avuto un’attacco di idropisia allo
stomaco.
Un famosissimo specialista di Corinto fu chiamato il
quale al mio capezzale promise di curarmi per il
prezzo di due mine, e meta’ della paga gli fu donata
all’inizio. Credo che mia moglie Larissa nella sua
bonta’ ed inesperienza in queste cose gli diede
anche il resto della paga......”, “Allora questo
famosissimo specialista non ha mantenuto la sua
promessa?”, disse Socrate. “Proprio cosi’”, rispose
Elpidias. “E tu sei morto per idropisia?”, continuo’
Socrate. “Ah, caro Socrate.
Ancora ti fai giuoco di me! Ti ho gia’ detto che la malattia per ben tre
volte attacco’ il mio stomaco. Io lottai come un
vitello sotto il coltello del macellaio, e pregai le
Parcae a tagliare velocemente e senza dolore
l’ombelico che mi tratteneva attaccato alla vita”.
“Questo non mi sorprende. Pero’, dimmi Elpiades, da
cosa tu hai concluso che l’idropisia era meno
dolorosa per te che la cicuta per me?
La cicuta termino’ la mia vita in un momento”. Elpidias sempre piu’
colerico gli rispose, “Ti capisco bene, Socrate!
Nuovamente son caduto nella tua trappola verbale, oh
peccatore!
Io non faro’ arrabbiare gli dei parlando con te, tu
distruggitore dei sacri costumi!”. Rimasero entrambi
in silenzio e la quiete regno’ impervia. Dopo pochi
minuti Elpiades nuovamente fu il primo ad aprire una
nuova conversazione, “Perche’ sei silenzioso,
Socrate?”, e Socrate gli rispose, “Amico mio, non e’
forse vero che proprio tu hai chiesto di rimanere in
silenzio?”. “Non son ofiero di cio’, e posso
trattare le persone che sono in peggiore condizione
della mia con considerazione.
Smettiamola di criticarci”. Io non ti ho criticato,
caro Elpidias, e non ho mai pensato minimamente di
insultarti. Io cerco solamente di arrivare alla
verita’ facendo una comparazione dei fatti.
La mia situazione non e’ chiara per me. Tu invece
consideri la tua situazione migliore della mia ed Io
sarei felice di conoscerebil perche’. In un certo
senso non ci sarebbe nessun danno per te se vuoi
conoscere la verita’, qualunque forma essa possa
prendere”, disse Socrate. “Facciamola finita una
buona volta.
Non parliamo piu’ di tutto cio"!”, tremante disse Elpidias. “Dimmi, hai
forse paura? Io non credo di aver paura In questa
situazione sebbene assai tenebrosa”, disse Socrate.
Elpidias rimase in silenzio per alcuni momenti e poi
incalzo’, “Io invece ho paura, anche se ho meno
causa di te con gli dei onnipossenti. Non credi che
gli dei, avendoci abbandonati a noi stessi, in
questo caos bestiale, ci hanno rubato tutte le
speranze?”. “Dipende che genere di speranze erano.
Cosa ti aspettavi dagli dei, caro Elpiades? “.
“Bene, bene, cosa mi aspettavo dagli dei! Che
domanda curiosa mi fai, caro Socrate!
Se un uomo in tutta la sua vita fa’ delle offerte
agli dei, e poi muore con un cuore pio seguendo
tutte le dottrine che la legge detta, gli dei
dovrebbero almeno mandare qualcuno, almeno uno degli
dei inferiori, forse un messaggero per mostrare al
defunto la via.....cio’ mi fa’ ricordare un’altra
cosa.
Molte volte pregai gli dei per la mia buona fortuna
nel traffico di pellie promisi ad Hermes alcuni
vitelli....”, ma Socrate lo taglio corto dicendo “E
tu non hai avuto fortuna"?”. Elpidias riprese, “Oh,
si, ho avuto fortuna, Socrate, pero’....”, Socrate
nuovamente lo interruppe chiedendogli, “Capisco, non
avevi I vitelli promessi”. “Macche’! Socrate! Un
ricco commerciante senza vitelli?”. “Finalmente ho
capito! Tu hai avuto fortuna, avevi tanti vitelli,
ma hai tenuto il tutto per te, ed Hermes ricevette
nulla da te”,fini’ col dire Socrate. “Tu sei molto
intelligente e perspicace, filosofo. Io molto spesso
dissi cio’ a tutti I cittadini di Atene. Dei miei
voti agli dei su dieci voti mantenni solo la
promessa su tre voti, e feci lo stesso con tutti gli
altri dei dell’Olimpo! Se questo e’ lo stesso per te
caro Socrate, forse questa e’ la ragione per cui,
possibilmente, noi siamo stati abbandonati a noi
stessi dagli dei?
Per essere sicuro, Io ordinai alla mia cara e fedele
Larissa di sacrificare agli dei dopo la mia morte
un’intera ecatombe”. “Ma e’ un problema di Larissa,
sebbene sei stato tu, caro Elpidias che ha fatto la
promessa”. “Vero, tutto cio’ e’ vero. Ma tu, buon
Socrate, potrai tu, ateo, uomo senza dei, cavartela
meglio di me con gli dei?”. “Amico mio, Io non so’
se me la cavero’ meglio o peggio di te. All’inizio
Io feci offerte senza chiedere nulla aquesto gli
dei. Ultimamente non ho offerto ne’ vitelli ne’
sacrifici”, fini’ Socrate. “cosa? Nemmeno un
vitellino, uomo sfortunato?”, gli rispose Elpidias.
“Si, caro Elpidias, se Hermes sperava di vivere con
le mie offerte, sono spiacente di dirti che sarebbe
sicuramente dimagrito moltissimo”. “Ti capisco,
Socrate. Tu non eri nel commercio di vitelli, cosi’
tu avrai offerto altri doni agli dei, probabilmente
qualche mina che I tuoi discepoli ti diedero”, disse
Elpiades. “Elpiades, Elpiades! Io non ho mai chiesto
soldi ai miei discepoli, e la mia professione
scarsamente mi ha aiutato a migliorare le mie
finanze. Se gli dei speravano di impinguirsi sul
misero mio pranzo hanno sicuramente ricalcolato
tutto”, rispose Socrate. “Oh blasfemo, nel
compararmi a te Io posso reputarmi fiero della mia
pieta’ e dovere verso gli dei.
Voi, oh dei, guardate quest’uomo! Io vi ho ingannati
alcune volte, ma altre volte vi ho regalato alcuni
frutti dei miei fortunati commerci. Colui che offre
qualcosa e’ sempre meglio di un blasfemo che offre
nulla. Socrate, credo che a questo punto sia meglio
se prosegui da solo! Ho paura che la tua compagnia,
mi sta’ rovinando agli occhi degli dei!”, fini’ col
dire Elpidias. Socrate a quelle parole senza
rispondere incomincio’ ad allontanrsi, con passo
lento ma sicuro.
Elpidias rimasto solo, si mise a gridare in preda al
terrore, “Aspettami, aspettami mio buon cittadino,
non lasciare un’altro Ateniese solo in questo
orribil posto! Io stavo solo scherzando.
Prendi il tutto come uno scherzo, e non
allontanarti cosi’ velocemente. Io mi sto’
meravigliando nel come riesci a vedere le cose in
queste tenebre infernali!”. “Amico Elpidias, I miei
occhi si sono abituati a queste fitte e funeste
tenebre”, rispose il filosofo. “Cio’ e’ ottimo caro
amico, tuttavia non posso approvare che tu non hai
mai sacrificato nulla agli dei. No!
Non posso, caro Socrate, proprio non posso. L’onorabile Sophoniscus, tuo
padre, certamente ti avra’ insegnato le buone cose
durante la tua infanzia e gioventu’, e proprio tu a
quel tempo prendevi parte nelle preghiere agli dei,
infatti ti vidi con questi occhi me medesimo!”. “Si’.
Ma Io uso esaminare tutti I nostri motivi ed accetto
sol oquelli che dopo una lunga investigazione
provano essere ragionevoli. Cosi’ arrivo’ il giorno
quando chiesi a me stesso ‘Socrate, tu stai pregando
agli dei dell’Olimpo. Perche’ li preghi ‘?”.
Elpidias si mise a ridere. “Certamente voi filosofi
qualche volta non riuscite a rispondere alle piu’
semplici domande. Io sono un semplice ma ricco
commerciante che mai nella mia vita ho studiato
filosofia, pero’ so’ per certo che devo onorare gli
dei dell’Olimpo”. “Allora, dimmi subito la ragione,
cosi’ potro’ anch’io sapere il perche’!”, rispose
Socrate con un dolce sorriso sul volto. “Perche’! Ha
Ha Ha! E’ molto semplice, saggio Socrate!”.
Socrate lo lascio’ finir di parlare e poi gli rispose, “Allora se e’ cosi’
semplice, non nascondere da me la tua conoscenza del
divino. Dimmi, perche’ dobbiamo onorare gli dei?”.
Elpidias non sapeva piu’ cosa dire, poi confuso replico’, “Perche’?
Perche’ tutti lo fanno!”. Socrate sempre con un viso serio e soave
rispose, “Amico, tu sai benissimo che alcuni non
onorano gl idei. Non sarebbe corretto dire ‘tanti’?
“Certamente, tanti!”, gli rispose velocemente
Elpidias.
>>>Avanti
Brano tratto dal Romanzo
Malinconia di Antonino Angileri Copyright 1995 USA